Perché la stagionalità non è una moda

ma una necessità

nonni

Da un certo momento in poi ci siamo convinti di poter mangiare qualsiasi cosa, in qualsiasi momento dell’anno.
Fragole a dicembre, pomodori a gennaio, ciliegie che hanno fatto più viaggi di noi negli ultimi cinque anni.

Comodo, ma non sostenibile. Né da noi, né dalla terra. 
E a un certo punto, come potrete trovare inciso su qualche tazza: la natura presenta il conto.

La stagionalità è quella pratica meravigliosa che ti fa dire: “il sapore è tutta un’altra cosa”.
E nasce per restituire a ogni ingrediente il suo tempo.
Poi è vero: il sapore cambia, la materia prima ha più qualità, si crea meno spreco, e anche il nostro corpo, incredibilmente, ringrazia.

Che poi è esattamente il motivo per cui in agriturismo non troverete mai un menù identico tutto l’anno.
Sarebbe comodo anche questo, eh.
Molto più semplice stamparlo una volta sola, preparare un’unica linea e vivere serene.
Ma significherebbe ignorare completamente quello che succede fuori dalla finestra della nostra cucina.

La verità è che lavorare con ingredienti stagionali significa anche accettare una cosa un po’ rivoluzionaria per il mondo di oggi: aspettare.

Aspettare il momento giusto.
Aspettare che una verdura abbia davvero sapore.
Aspettare che la terra faccia il suo lavoro senza forzature.
E questa cosa, nel nostro piccolo, ci piace parecchio. Perché ci obbliga a cambiare, inventare, osservare, studiare nuovi piatti e non sederci mai troppo comode.
Ed è proprio questo il bello: riscoprire che non tutto deve essere disponibile sempre.

Che alcune cose valgono di più proprio perché durano poco.

Quindi no, la stagionalità non è una moda. È un modo di rispettare la terra, il lavoro che c’è dietro agli ingredienti e anche chi si siede a tavola da noi.